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POTEVA ANDARE PEGGIO

giovedì «Ai tempi della mia infanzia i taxi a Roma erano verde ramarro. Spaziosi come salottini, avevano anche due sgabelli pieghevoli dirimpetto ai posti normali. Usare il taxi nella mia agiata famiglia borghese veniva considerato un lusso consentito solo in casi eccezionali.»
Comincia così, in tono confidenziale, il lungo viaggio di Mario Pirani - uno dei più dissacranti testimoni del secolo appena passato - attraverso ottant'anni di vita italiana. Dall'infanzia, maturata nei brevi splendori della belle époque degli anni Venti, alla giovinezza, trascorsa durante un periodo tra i più bui del Novecento, quando per poco l'orrore dello sterminio nazista non cancellò la famiglia ebrea dei Pirani-Coen.
Nell'atmosfera colma di speranze dell'immediato dopoguerra, l'impeto creativo del marxismo togliattiano indurrà il giovane Pirani, come molti altri intellettuali che nel fascismo erano nati e cresciuti, ad accogliere il verbo comunista e adoperarsi per la ricostruzione materiale e morale della nazione. All'epoca degli scontri durissimi tra Dc e Pci, delle scomuniche papali e dei pellegrinaggi a Mosca, ricorda l'autore, «la politica era pervasiva, spesso intollerante, fortemente condizionata da quella che poi chiameremo quasi con sprezzo ideologia, ma aveva il pregio di animare la battaglia delle idee, di inverarsi in una cultura a un tempo diffusa e alta che ambiva all'egemonia intellettuale. Anche se bisognava non avere senso del ridicolo e, in verità, ne eravamo quasi privi, per autodefinirci "rivoluzionari di professione"».
Ma dopo i sanguinosi fatti di Ungheria del 1956, il XX congresso del Pcus e l'aspro dibattito che si aprì all'interno del partito, anche per Pirani arrivò il giorno in cui tutto «suonò assurdo». Nel 1961 la «cesura netta» della sua esistenza, che lo porta a uscire dall'«Unità» e dal Pci e accettare un'offerta di lavoro all'Eni di Enrico Mattei. Si imbarca così per Tunisi, verso una vita completamente diversa, in un altro continente, dove svolge il compito di agente «quasi segreto» di quella «diplomazia parallela» che, nelle intenzioni di Mattei, avrebbe dovuto ridisegnare i confini delle relazioni industriali tra le Sette Sorelle del petrolio, le potenze egemoni e quelle emergenti.
In pagine bellissime - che si concludono alla soglia dell'avventura professionale del quotidiano «la Repubblica» - Pirani rievoca, alternando cronaca personale e memoria storica, una stagione «felice quanto illusoria, in cui sgorgavano simpatie durature, si stringevano amicizie autentiche, si saldavano complicità non dichiarate».
Il suo sguardo, sempre penetrante ma anche ironico e divertito, riesce a evocare, al di fuori di ogni posa oleografica, una folla variegata di personaggi in una sorta di personalissimo spettacolo del Novecento italiano. Al termine di una lunga stagione nella quale molte delle «ragionevoli illusioni» degli uomini e delle donne usciti dalla guerra non si sono realizzate, Poteva andare peggio sembra volerci dire, con il timbro del volontario disincanto, che l'impegno di una generazione non è stato del tutto vano.

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