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Palazzina Marone Cinzano

Palazzina Marone Cinzano, già Maffei di Boglio

La Palazzina Marone Cinzano è un esempio insigne dell’eclettismo torinese tra Otto e Novecento. Dimora di due celebri famiglie torinesi, i Maffei di Boglio e i Marone Cinzano è oggi sede del Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino.

I profondi cambiamenti storico sociali di Torino negli anni settanta dell’Ottocento produssero un’espansione edilizia progressiva e continua, prodromo della trasformazione che la città, perduto il ruolo di capitale, si avviava a configurarsi come polo industriale.

Nel 1875 la città di Torino mise in vendita l’area su cui esisteva l’antica Piazza d’ Armi e il Marchese Annibale Maffei di Boglio, appartenente ad una delle più insigni e facoltose famiglie della nobiltà piemontese, ne acquistò un esteso lotto ed affidò all’Ingegnere Oreste Bollati la progettazione di un edificio da destinare ad abitazione per la sua numerosa famiglia. Bollati, nato a Torino nel 1830 e laureatosi nel 1854, nel 1871 fu  autore di uno dei progetti preliminari per la realizzazione del collegamento tra piazza Carlo Alberto e piazza  Castello. Il suo progetto, che prevedeva il collegamento delle due piazze per mezzo di una rotonda, seppure valutato positivamente, non venne realizzato perchè piacque maggiormente quello di Pietro Carrera che prevedeva la realizzazione della Galleria Subalpina.

La costruzione dell’abitazione dei Maffei di Boglio ebbe inizio dopo la metà del 1876 e presto prese forma una palazzina  dalle eleganti linee eclettiche, con un insieme di tratti tardorinascimentali e di  barocco italiano con spunti di gusto francese. Un bellissimo e vasto parco all’inglese, con aiuole fiorite e vialetti sinuosi,  di cui oggi rimangono solo alcuni angoli, rendeva l’abitazione una delle più raffinate ed eleganti di Torino. La facciata aulica, caratterizzata da un grande fastigio con lo stemma araldico dei Maffei di Boglio affiancato da leoni rampanti, si apriva su corso Duca di Genova, oggi corso Stati Uniti. L’ingresso era  su via Assietta, oggi via Vela, ed un passaggio pedonale era aperto fra la via Assietta e il corso Siccardi, oggi corso Galielo Ferraris. Su via Fanti si affacciavano le scuderie, le rimesse delle carrozze e gli edifici di servizio. E’ probabile che le stanze fossero arredate secondo lo stesso stile del progetto ma purtroppo non ne rimane testimonianza. E’ comunque ipotizzabile che, essendo nata come dimora di una nobile e prestigiosa famiglia, esibita certamente come status symbol, gli arredi e i decori fossero adeguati e consoni alla fastosità della costruzione.

Alla morte di Annibale, committente della Palazzina, nel 1902, la moglie Dorotea Capnist e i suoi figli vendettero la proprietà al conte Alberto Marone Cinzano per 440.000 lire. Dall’atto notarile risulta la quasi totale assenza di arredi. Alberto Marone, sposò Paola Cinzano, erede di una famiglia che dall’inizio del ‘700 operava nel campo della distillazione. Per volontà del suocero, che ne apprezzava le indiscusse abilità manageriali, Alberto divenne unico proprietario dell’azienda dopo che il Cinzano ebbe liquidato Pietro Cinzano e Guglielmo Marchisio, suoi soci fino al 1906. Nell’atto di scioglimento della società è espressamente indicato che solo al genero spettasse il capitale di 300.000 lire, unitamente all’uso esclusivo “delle etichette, marchi di fabbrica, ricettario e simili”.  Con l’acquisto della Palazzina, Alberto Marone diede inizio ad un’operazione di decoro e di arredo ancora oggi stupefacenti, secondo un sontuoso gusto non dissimile da quello che la Regina Margherita aveva attuato a Roma per arredare il Quirinale. I lavori nella Palazzina si svilupparono lungo un arco temporale lunghissimo, dal 1905 al 1936, con il ricorso a professionisti quali l’Architetto Pietro Fenoglio, il disegnatore e ornatista Pietro Vacchetta, il pittore Carlo Cussetti, a quel tempo notissimo a Torino, gli stuccatori della ditta di  Carlo Musso, oltre ai migliori minusieri e doratori presenti sul mercato. Già nel 1910  il Cussetti  aveva definito il progetto del Salone in stile Luigi XV, detto anche Sala da Ballo, con i quattro medaglioni negli angoli e le splendide porte decorative, come pure dell’attiguo salottino cinese con tutti i sorprendenti dettagli decorativi e le nature morte a imitazione di quelle di Michele Antonio Rapus, presente comunque nella residenza con  quattro tele, allegoria delle Quattro Stagioni

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