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NEL NOME DEL FIGLIO. Natività, fughe e passioni nell'arte

giovedì


Nel nome del Figlio traccia il confronto tra l’arte figurativa e il mistero più grande che ha accompagnato l’umanità: la vita di Gesù. Dagli albori della lingua nazionale in pittura con Giotto e Cavallini, sino al suo frangersi nei dialetti dei napoletani Albertis e Forti, nel primo ottocento, viene tracciata una inedita storia della pittura.
Ma c'è anche di più. Attraverso le invenzioni dei ferraresi Cosmè Tura, Francesco del Cossa e Antonio da Crevalcore e della scuola veneziana (a cominciare dal messinese Antonello da Messina, sino a Giovanni Bellini - di cui si propone qui un'attribuzione inedita  - a Carpaccio), di Piero della Francesca, di Mantegna, di Michelangelo e Raffaello, dei pittori della Maniera, di Caravaggio e dei caravaggeschi,  Vittorio Sgarbi ci conduce in un viaggio sorprendente, mostrando come la pittura ha saputo raccontare le pieghe più intime della nascita, della vita, della morte e della resurrezione del Figlio.
Nei secoli l'arte figurativa ha spiegato al mondo la gamma dei sentimenti e delle emozioni che hanno pervaso la vita di Gesù, di Maria e di Giuseppe più di quanto sia possibile leggere nei Vangeli: 'impertinenza di un bambino, la severità del giudice, la rabbia e la pietà, la devozione familiare, la superbia, il capriccio, la fedeltà, l'amicizia, la solitudine.
Infine, dando dimostrazione di quanto teorizzato in "L’arte è contemporanea" (Bompiani 2012, giunto alla quinta edizione), tutta l'arte è contemporanea. Opere d'arte del novecento vengono insospettabilmente illuminate grazie al confronto visivo con opere dell'antichità': cosa hanno in comune Magritte con Antonio da Crevalcore? E Valerio Adami con lo Pseudo-Boccaccino?  Arturo Martini con Piero della Francesca? Masaccio con il razionalismo del Palazzo della Civiltà e del Lavoro dell'E.U.R.?

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